PAOLO CREPET

Ripercorrendo quanto scritto negli ultimi trent’anni, mescolando ricordi personali e pubbliche riflessioni, Paolo Crepet offre il frutto della sua lunga esperienza, delineando quello che in molti hanno definito «il metodo Crepet». Un lungo viaggio, che pone al centro il bisogno di ripensare la genitorialità, la scuola, il rapporto tra le generazioni, il futuro.
Tratto dal suo libro Lezioni di sogni, pubblicato lo scorso giugno da Mondadori. Lo scritto è una riflessione sul difficile compito di educare le nuove generazioni, focalizzandosi soprattutto su come il mondo del digitale influisca su di essi.
Le pagine di Lezioni di sogni vogliono quindi essere spunti, provocazioni, richiami, un’occasione per riflettere sul futuro delle giovani generazioni e di chi le educa: “Facciamo l’esempio del linguaggio – prosegue Crepet -. Anche i genitori con figli piccoli stanno al telefono anziché dedicare loro attenzioni. Ogni tanto li vediamo passare con dei passeggini che sembrano ultratecnologici perché sono illuminati, e poi scopriamo che sono semplicemente i genitori che vengono illuminati dai telefonini mentre spingono la carrozzina. I neuropsichiatri infantili sono molto preoccupati, perché iniziano a vedere disturbi evolutivi nei bambini piccoli. Ma non sono disturbi fonetici, i bambini imparano a parlare. Sono disturbi emotivi, perché dietro al linguaggio c’è anche la trasmissione delle emozioni. Ma se non c’è comunicazione, se non c’è un’interazione emotiva fra genitori e figli, come si fa?”
Secondo Crepet, infatti, si è nel pieno “di quella che Papa Francesco ha definito una catastrofe educativa: molti adulti si sentono sperduti, impreparati, quasi impotenti di fronte alle nuove generazioni e i giovani si trovano senza punti di riferimento sicuri. In un mondo che cambia con rapidità, è più che mai necessario ripensare il difficile compito di educare”.
“Stiamo andando verso una svolta tecnologica che pochi si aspettavano: a Natale arriveranno i visori, una sorta di maschera in cui vedi una realtà aumentata, il cosiddetto metaverso. E quindi il visore ci porta a pensare che tutto sia possibile attraverso la tecnologia: puoi andare a una sfilata, a una mostra, rimanendo seduto. Ma così non vai a cercare niente nella vita reale, non interagisci. Abbiamo accettato la comodità, abbiamo accettato di poter avere tutto senza fare sforzo”, conclude Crepet.